A me sembra che le condizioni di vita di questo tempo senza precedenti proiettino come su un palcoscenico aspetti di noi già presenti prima ma poco visibili e non riconosciuti.

T. S. Eliot ha un termine molto efficace per indicare questo fenomeno: correlativo oggettivo, ossia un oggetto o una situazione che diviene formula e immagine di una particolare condizione emotiva.

Prendiamo il cosiddetto distanziamento sociale.

Non  sta mettendo allo scoperto lo stato di  separazione e di isolamento dagli altri in cui normalmente viviamo? A dispetto di tutte le apparenze e le storie che ci raccontiamo. Fanno testo le foto “virali”  di persone sedute insieme al tavolo di un ristorante mentre armeggiano ognuno sul suo telefonino.

Le nostre effusioni, il nostro stare assieme sono spesso di superficie.

La prossimità fisica dei flash-mob, degli stadi, delle discoteche spesso nasconde una disperata solitudine e una angosciante incapacità di entrare in vera intimità col nostro prossimo.

Quante volte ci siamo sentiti soli anche in famiglia, in mezzo agli amici, ai colleghi, ai compagni di scuola, in una chiesa affollata.

Paradossalmente, anche la sessualità – che più vicini di così non si potrebbe – non ci unisce nella maggior parte dei casi. Quando sono solo i corpi che si spogliano.

  • La diffidenza con cui incrociando un passante ci spostiamo sull’altro lato della strada non è simile al gesto interiore di sospetto con cui spesso guardiamo i nostri simili, per paura di un confronto, di essere invasi, di essere giudicati, o di essere “contagiati” dai loro problemi?
  • Il chiuderci in casa per sottrarci al contagio non ci ricorda le nostre abituali chiusure e la tendenza a ritirarci nella nostra comfort zone interiore di fronte alle sfide e ai rischi che le relazioni là fuori comportano? Il sentirsi in pericolo è una condizione  che ci abita da ben prima del Covid-19.
  • E le mascherine. Le mascherine che indossiamo quando usciamo e sappiamo di dover incontrare altri esseri umani. A volte ci mettiamo anche gli occhiali da sole nascondendo del tutto il nostro volto.

Non facciamo così anche in tempi immuni da corona virus? Che nella vita ordinaria ci muoviamo indossando maschere e ruoli è ormai riconosciuto da qualsiasi corrente di psicologia. Presentarci a viso scoperto è troppo pericoloso.

  • Poi c’è il blocco, il lockdown. Chi non si è mai sentito bloccato anche all’interno? Nella propria creatività, nella propria libertà, nei propri desideri. Chiusi a chiave. Contratti, difesi, blocchi di ghiaccio che ci stringono il cuore.

E si potrebbe continuare.

Il correlativo oggettivo è una categoria letteraria. La sua funzione è di toccarci nelle corde emotive e far risuonare stati che normalmente non percepiamo. Magari darci anche una scossa.

Quelli che ho descritto, e che ho notato in me prima di tutto, sono solo alcuni aspetti di noi che questa emergenza ha evidenziato.

Ed è un bene secondo me, è un bene vederli come sotto una lente di ingrandimento, perché così ci può venire voglia di sanarli, di scioglierli, di trasformarli, perché non ci fanno stare bene.

Ma in noi c’è altro.

Allora rovesciamo la medaglia, mettiamoci degli altri occhiali, quelli che ci permettono di vedere sullo stesso palcoscenico altri aspetti, altri sentimenti che già si stanno formulando dentro di noi e che ci parlano di futuro.

Ecco dunque che il distanziamento sociale e la solitudine possono diventare l’occasione per guardare più a fondo in noi stessi e scoprire dietro le nostre abituali difese e chiusure una sete infinita di vicinanza vera e di intimità.  Diventare quella distanza che ci sta avvicinando.

Nei ritiri meditativi, distanza, solitudine e isolamento sono gli amici dei praticanti, sono gli allenatori che li preparano a un contatto più vero e più profondo con se stessi e con i loro simili.

Anche questo è un ritiro. Mezzo mondo è in ritiro. Non scelto, ma giacché ci viene imposto, cerchiamo di utilizzarlo. I ritiri fanno molto bene. E anche i deserti. Per cambiare bisogna andare nel deserto. Vedi le città e le autostrade deserte di questi giorni.

La mancanza di libertà esteriore può darci l’abbrivio per riflettere su che cosa è per noi la libertà. Potere andare al ristorante, al mare e a fare shopping? O è altro?

E il rifugiarsi in casa. Il rifugio è un’altra pratica che ritroviamo in quasi tutte le tradizioni spirituali. Prendere rifugio in Dio nella tradizione biblica, la triplice presa di rifugio del Buddhismo.

Non per paura del contagio, come stiamo facendo ora.

Ma per cercare un altro contagio, il contagio della Presenza e dell’Amore in cui tutti siamo rigenerati e risanati.

Il non potere celebrare i riti pasquali nelle chiese ci ha fatto toccare una religiosità più profonda e modi di esprimerla inediti, come le messe celebrate in chiese vuote, o in una stanza da pranzo, o sotto un albero, ma con centinaia, migliaia di “fedeli” che partecipano ognuno dalla sua casa, spezzando il pane e benedicendolo insieme al celebrante.

Oppure le preghiere e le meditazioni guidate attraverso i mezzi telematici ma anche no, semplici appuntamenti telepatici a orari concordati, rivolti a tutto il pianeta, a cui aderire da qualsiasi luogo in cui ci troviamo.

Con duemila anni di ritardo, ci è data l’occasione per sperimentare su scala globale quanto detto da Gesù alla Samaritana presso il pozzo di Giacobbe : “E’ giunto il momento in cui né su questo monte, né in Gerusalemme adorerete il Padre. (…) E’ giunto il momento, ed è questo, in cui i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità” (Giovanni 4, 21-24).

Finirei con le mascherine. Che voglia di togliercele! Non ne possiamo più di tenerle addosso. Che la gioia e il sollievo che proveremo quando potremo finalmente andare in giro a viso scoperto ci facciano desiderare ardentemente di toglierci almeno alcune delle maschere che indossiamo per apparire, per difenderci, per coprire la nostra fragilità e la nostra insicurezza. Fragilità e insicurezza che l’emergenza ha messo allo scoperto, per tutti, dunque non dovremmo più vergognarcene e avere bisogno di nasconderle.

Scoprendo che oltre a quello delle nostre debolezze abbiamo un altro volto da mostrare, che è il nostro vero volto, quello libero da sovrastrutture e pienamente umano, quello redento e luminoso, specchio di un altro Volto.

Ed essere orgogliosi di mostrarlo.

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